Nel raccontare la Salernitana, vorrei partire dal suo patrimonio più grande, un patrimonio che non può mai perdersi. Nel corso della sua storia la Salernitana ha ottenuto diversi fasti, ma ha perso tutto ciò che c’era da perdere, per il cinismo o per l’incompetenza ha perso il diritto di utilizzare il suo nome e il suo stemma. Ha perso finanche sé stessa dunque. Ciò che nessuno è stato capace di togliere a questo club è la passione, l’amore incondizionato dei suoi tifosi. L’emozione che avete sentito nell’intro.
Proprio qualche giorno fa mi sono trovato a parlare con un mio amico, un tifoso doc, che mi ha prestato il materiale per la scrittura di questo lavoro. Guardava la classifica preoccupato, inserendo i più tre s a lecce e spezia, la salernitana non aveva ancora ufficializzato la seconda storica salvezza. MI feci passare lo smartphone. “Peppi, ma qua siete salvi. Praticamente è impossibile retrocedere”, gli dissi. “Nono”- scosse la testa-“è perché non conosci la storia della Salernitana, che dici così! Noi ora siamo in paradiso, ma siamo stati all’inferno!” Ora che ho approfondito questa storia, ho compreso. So che le fiamme di questo inferno non sono metafore calcistiche, non sono inchiostro su carta, sono fiamme vere di quelle che bruciano la pelle. La ferita aperta nel cuore di una città.
Pe ricostruire il vero inferno della salernitana bisogna fare un passo indietro ritornare alla stagione 1998/1999. La Salernitana è alla sua prima stagione in serie A dopo 51 interminabili anni, all’ultima giornata si gioca la salvezza a Piacenza contro una squadra già salva. La sfida all’ultima giornata è un leitmotiv dello spirito granata, che si intreccia più volte con la tragedia. Il giorno della sfida è il 23 maggio 1999. Il giorno la fine, la fine dei “magnifici anni 90” della Salernitana.
Fu un decennio sfasato che va dalla promozione in B del 1989-90, grazie al generoso e tecnico capitano Ago Di Bartolomei. Passa per la retrocessione in C dell’anno successivo. Poi c’è l’arrivo del mattatore, Delio Rossi, che imprime a quella salernitana un gioco spettacolare che riavvia l’entusiasmo di una piazza mai doma, già esaltata per l’innaugurazione della nuova casa: L’Arechi. Rossi sfiora due volte la promozione, nel 95 lascia Salerno, forse deluso dal mancato approdo in massima serie. Il 27 giugno 1997 inizia la vera cavalcata che porterà la salernitana in A, Delio Rossi ritorna, al vecchio stadio Vestuti lo aspettano diecimila tifosi. Ora non si può più fallire. Il rapporto tra delio Rossii e Salerno è simbiotico. Qualche anno fa in un’intervista a mediaset chiedono al tecnico quali siano i calciatori della sua vita, del suo cuore. Egli non ha dubbi e inizia così (min 0.23)
E’ la Salernitana del 1993-1994. Non bisogna aggiungere altro.
La stagione successiva la salernitana è inarrestabile. Il 433 di Rossi incanta, come la punta di diamante di questa sraordinaria squadra: Di vaio segna 21 goal.
Il presidente e il ds Pavone cercano di allestire una squadra adatta al grande salto , si affidano a dei giovani di sicuro avvenire come Di michele, Vannucchi, Marco Rossi e Gattuso. Il grande acquisto è Rigobert Song che ha ben figurato al mondiale di francia, ma che non renderà.
E’ una stagione imprevedibile e violenta. La Saleritana non rende e a gennaio Aliberti esonera Rossi. Salerno non accetta la decisione, l’ingratitudine verso il tecnico fa ribollire gli animi. Scoppia la rivolta. Gli ultras invadono il centro sportivo, entrano in sala stampa, arrivano al contatto fisico con il presidente, la digos non può impedire che una scrivania venga rovesciata addosso ad Aliberti, che deve reintegrare Rossi e dimettersi.
Il tecnico riminese ha perso la squadra, due mesi dopo gli questi eventi viene esonerato e la pachina viene affidata a Oddo. Inizia un buon filotto di risltati utili sono 15 punti in 8 partite, Contro il Vicenza la capocciata di Vannucchi a pochi minuti porta la resa dei conti all’ultima giornata.
La salernitana. Il Perugia gioca in casa contro il Milan, ha due punti di vantaggio sulla Salernitana, ma i diavoli hanno bisogno dei tre punti per alzare il tricolore, dunque hanno il favore dei pronostici. Se come si spera il Milan vince i granata hanno l’occasione di salvarsi, ma serve una vittoria a Piacenza
eccoci di nuovo al 23 maggio 1999 allo stadio Garilli a Piacenza, i tifosi granata sono accorsi numerosissimi, sono in 9 mila a sognare la salvezza. Come detto i papaveri non si giocano niente, sono già salvi, eppure si presentano agguerritissimi in campo, una tenacia che la salernitana forse non si aspettava. Secondo alcuni dovuta a fattori e amicizie che vanno al di là del calcio giocato.
Il Piacenza va addirittura in vantaggio con Viercwood, che all’ottavo minuto anticipa Fresi su angolo. Di Michele si procura un rigore. Su dischetto va Fresi, che non fallisce. La Salernitana è tenace e ci prova fino alla fine. Nel frattempo è arrivata la notizia della sconfitta del Perugia, il 2 a 1 significherebbe salvezza.
I minuti di recupero sono ben sette. Di michele riceve una bella palla da tedesco, ci prova al volo ma il suo destro si spegne in tribuna. Al cinquantunesimo punizione dal limite, sul lato vertice sinistro dell’aria di rigore, posizione perfetta per il destro di Bernardini.
Che è in giornata e ha già sfoderato parabole interessanti. Il pllone viene calciato sopra la barriera, una foglia morta che si abbassa all’improvviso e sta per baciare il palo e insaccarsi. Ma l’estremo difensore piacentino si supera e allunga in angolo. Nei restanti minuti la salernitana attacca a testa bassa, Tedesco va giù in area ma il direttore gli fa cenno di rialzarsi.
Finisce così, i granata sono in B. Al triplice fischio sono botte di nuovo, in campo tra i calciatori. Sugli spalti esplode il delirio. E’ l’inizio della vera tragedia, del vero inferno, che non è sportivo. 1500 mila tifosi lasciano lo stadio e vengono accompagnati alla stazione. Li aspetta un treno solo per loro, il 1681, dietto per salerno. Niente fermate previste. Alle ore venti circa inizia la discesa verso sud, la discesa verso la tragedia. Chi fa divulgazione, non dovrebbe mai scosigliare la fruizione delle fonti, anzi dovrebbe incoraggiarla.
Eppure io devo suggerirvi di non ascoltare il documento dal quale ho tratto la restante parte del racconto. Si tratta del documentario “Sfide” dedicato agli avvenienti del convoglio.
Le strazianti parole di genitori che ricordano i loro figli scomparsi sono strazianti per l’anima. Mi hanno profondamente impressionato, mentre la redazione lavorava lunedì scorso, come un ingranaggio preciso, io scoltavo in cuffia la storia di quattro vite spezzate, dei loro sogni infranti. Per me il tempo si è fermato, ho bevuto po’ d’acqua, ho trattenuto le lacrime, L’azzurro di Agropoli però quel giorno non è stato lo stesso.
Nel documento parla il compianto maestro di giornalismo Giovanni Vitale. La sua compostezza nel dolore è straziante. Racconta del figlio, di Simone che quel giorno era tra i mille e cinquecento. Giovanni chiama Simone, che racconta al papà di trovarsi su un carro bestiame, dal quale non può nemmeno scendere perché è impossibile persino muoversi. Il treno parte alle 23.
A Bologna qualcuno tira il freno a mano di emergenza, il treno viene devastato. Nella stazione volano pietre. Gli agenti a bordo sono solo 12. Alle 6 il treno è a nocera, tirano di nuovo il freno di emergenza. Simone voleva uscire da qual treno, per perdere un autobus e tornare a Salerno, come ad altri, gli fu impedito. Alle 8 circa il treno entra alla galleria di Santa Lucia, sono 10 km di buio. Alcuni sconsiderati appiccano del fuoco alla carrozza 5, per non bloccare il treno e dileguarsi evitando l’identificazione a Salerno. Simone era pallanuotista, ma era stato pompiere, quando le fiamme divampano, l’istinto del soccorritore ha il sopravvento. Si lancia nel fuoco per salvare più persone possibile. Trascina fuori le persone che già sono svenute a causa della nube tossica. Quando il treno lascia la galleria l’aria alimenta il fuoco e la nube tossica, Simone che si era lanciato di nuovo per salvare e ultime tre persone rimane prigioniero di qual vagone infuocato. Quando il treno giunge a Salerno i soccorritori si precipitano nel vagone non c’è più speranza, è rimasta solo cenere dei sogni di quei quattro ragazzi, partiti con la voglia di partecipare a un pomeriggio di festa e di sport. Il silenzio è rotto solo dallo squillo di un telefono, è quello di una delle madri dei ragazzi che preoccupata per la mancata risposta del figlio lo fa suonare compulsivamente. I soccorritori non hanno il coraggio di rispondere.
Questa è la fine di quegli stupefacenti anni Novanta come scrive in un suo libro proprio il papà di Simone. Eravamo partiti dal paradiso della serie a, siamo discesi nelle fiamme dell’inferno non quello della serie B né in quello dantesco, bensì nel rovente vagone numero 5. Dopo aver conosciuto questa storia non posso che augurarmi che sopra di noi ci sia un paradiso, non quello della serie A, ma un paradiso vero dove Simone, Ciro, Giuseppe e Vincenzo possono godersi lo spettacolo di questa Salernitana. Da questo paradiso le bandiere granata si vedono sicuramente nitide, metresciorinano nelle domeniche pomeriggio nel cielo azzurro di Salerno, i cori si sentono ancora più forte.
Allora su il volume, questo coro è per voi, come questo mio piccolo lavoro, da una città che non dimentica mai.
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